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sabato 18 settembre 2010

SETTE DI SETTE è il titolo della recita che abbiamo fatto sabato sera...parla di un gruppo di ragazzi alla scoperta misteriosa dei Sette doni dello Spirito Santo..


IL CAST

Personaggi

Teo : Lorenzo Marangon
Don Franco : Simone Giannini
Idris : Mattia Costagli
Leon : Giorgio Giannini
Stella : Francesca Russo
Cesira : Anna Piovanelli
Colomba : Michela Belcari
Birillo : Dario Caciagli
Brufolo : Albero Russo
Diva : Alessia Lo monaco
Giuliarò : Ginevra Quintavalle
Julie : Aurora Deri
Nod Nod : Giammarco Rossi
Cuchk : Elia Caciagli
Cristiano : Francesco Ferretti
Andrea : Niccolò Baroni
Sofia : Giada Mani
Francesca : Cristina Piras
Valentina : Eleonora Zappia
Anna : Giulia Frauk
Ragazzo 1 : Giorgio Gabrielli

Scenografi

Stefano Deri
Giorgio Gabrielli
Pietro La Cognata
Jacopo Mani
Dario Caciagli (passato poi come attore)

Componenti

Marco Criscuoli : Ideatore della recita,capo direzione,tecnico,ideatore delle quinte....l'anima della recita!
Mariagloria Ciuti : Regista e suggeritore
Monica Stiaccini : Regista e primo suggeritore
Giammarco Ciuti : Tecnico Luci
Rachele Giannessi : Aiuto regista, suggeritore, e attore spodestato dalla sua parte
Martina Cantini : Aiuto regista, suggeritore
Francesca Simone : Direttrice scenografia
Nicola Pineschi : Direttore scenografia
Stefano Pallini : Aiuto scenografo e adetto alla musica

Spero vivamente di non essermi scordata nessuno....

SCOPO DELLA RECITA

Quando Marco ha proposto, a fine anno catechistico questa iniziativa, c'è stato chi l'ha accolta con stupore chi invece con molto timore e perplessità...lo scopo principale che noi catechisti ci eravamo prefissati era quello di unire il piu possibile i ragazzi che si preparano alla cresima (ovvero i corsi di catechismo dopo la comunione) e di non perdere la loro partecipazione nel periodo estivo, come succede tutti gli anni...
Abbiamo lavorato tutta l'estate trovandoci tutti i martedì sera....Ammetto che per me, ma credo un pò per tutti,non è stato sempre facile...ci sono stati momenti di grande "sconforto" e di grande caos...non è sempre stato facile tenere buoni i ragazzi...che con grande stupore hanno partecipato con molto impegno...
La recita è andata bene, loro se la sono cavata come meglio non si poteva,sono stati bravi nel non farsi prendere dal panico quando non si ricordavano le battute e nel seguire senza problemi chi improvvisava battute che non erano nel copione(mandando in tilt noi suggeritori).
Noi "grandi" siamo molto orgogliosi di come questi ragazzi abbiano lavorato,e se pur non sono stati perfetti siamo orgogliosi lo stesso, perche hanno lavorato tutti insieme,aiutandosi,ridendo e unendosi tra loro...che era lo scopo principale.
E poi...poi anche noi grandi siamo riusciti ad unirsi un po di piu...e non è poco...Poi cmq fatica o no a conti fatti ci siamo divertiti tutti, e abbiamo avuto modo di scoprire lati dei caratteri, di alcune persone, che non conoscevamo...vedi il lato arrabbiato di Marco....ahahaha!!!

...GRAZIE GARZIE A TUTTI...PERCHE NEL NOSTRO PICCOLO ABBIAMO FATTO QUALCOSA DI GRANDE...

Grazie ai grandi, ai genitori che hanno portato i bimbi, a Remo e Luciano che hanno sopportato la confusione sotto le finestre di camera,a chi ha seguito i ragazzi,a chi ha sistemato le luci,a chi c'ha fatto ridere e arrabbiare...ma soprattutto grazie ai ragazzi che sono stati l'anima di tutto questo,e che senza di loro non si sarebbe fatto nulla....SIETE STATI DEI GRANDI!

domenica 27 giugno 2010

«Il tempo delle vacanze per crescere in umanità»

Il messaggio del cardinale Tettamanzi:
educare a vivere questo periodo

Messaggio dell’Arcivescovo per le vacanze 2010

Educare alla vacanza

Cari amici,
all’inizio dell’estate desidero condividere con voi qualche riflessione su questo tempo importante e singolare dell’anno: una riflessione che vuole farsi augurio cordiale perché il momento di vacanza diventi sempre più opportunità preziosa di crescita nella nostra “umanità”.
Vorrei rivolgermi in particolare a voi docenti di discipline legate al mondo del turismo, riprendendo i lavori del vostro convegno e la preoccupazione educativa che li anima, in perfetta sintonia con quanto Benedetto XVI ha scritto nella sua enciclica sociale Caritas in veritate in riferimento al turismo internazionale: «Con il termine “educazione” – leggiamo al numero 61 - non ci si riferisce solo all'istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona».
In realtà l’istanza educativa è una questione cruciale per il presente e il futuro. E’ una sfida che tutti ci interpella. Anche la Chiesa italiana testimonia la sua singolare sensibilità al riguardo proponendo a tutte le diocesi per il prossimo decennio un percorso pastorale tutto centrato sull’educazione. Del resto si è fatta sempre più viva la consapevolezza che la credibilità e l’efficacia dell’impegno educativo sono legate ad una vera e propria “alleanza” tra tutti coloro – persone e istituzioni – ai quali sta a cuore la crescita umana integrale delle nuove generazioni. La famiglia, la scuola, la società civile, la comunità ecclesiale sono quindi chiamate, ancora una volta e in modo più convinto ed energico, ad una feconda collaborazione nel trasmettere i valori che fanno l’uomo più uomo.
In questa prospettiva, educare alla vacanza significa intraprendere un lavoro intelligente e paziente che sappia precedere e affiancare ogni esperienza di viaggio e che trovi poi in questa stessa esperienza un coerente esercizio di autentica educazione.

Per città e villaggi, insegnando

Ritengo di fondamentale importanza l’affermazione del Concilio Vaticano II: “Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (Gaudium et spes, n. 41). In questa linea mi sembra veramente luminoso ed eloquente il versetto dell’evangelista Luca che avete scelto come titolo del vostro convegno: “Attraversava città e villaggi, insegnando”.
Vorrei suggerire qualche rapido spunto educativo per il campo turistico enucleandolo, senza forzature, dal versetto evangelico nella sua formulazione integrale: «Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme» (Luca 13,22).
Rilevo anzitutto come Gesù attraversi i luoghi. Questo verbo evoca la leggerezza del cammino. Lui e i suoi discepoli non portano né due tuniche né bastone né borsa. La loro è una scelta di sobrietà: e questo dice rispetto per il territorio incontrato e per le persone che lo abitano. Sollecita l’incontro e la valorizzazione delle ricchezze locali. Manifesta un’asimmetria del bisogno: è lui, il pellegrino, a chiedere ospitalità. La pesantezza della dote che, in un certo senso, fa sentire a casa anche quando non lo si è, scompare per lasciare posto così all’incontro.
E poi ci sono le tappe compiute nelle città e nei villaggi, espressione popolare per indicare ogni luogo. Ovunque, infatti, è possibile arricchirsi di un incontro ed offrire una parola od un gesto di solidarietà e di attenzione, condividendo momenti di vita, sogni per il futuro, dolori del presente. Nessuna terra è al riparo dalla preoccupazione e dalla stima di Dio e dei suoi testimoni.
Gesù, inoltre, cammina insegnando. E’ la sua identità quella di essere maestro e non la sospende neppure per via. Insegna alternando momenti comunitari con altri più individuali. In qualche caso predilige persino la solitudine, che propone ugualmente come esemplare. Usa tutti i registri della comunicazione. Incontra gli altri senza che venga meno ciò che egli è, donando anzi ciò che gli è di proprio e di specifico.
Tutto questo, infine, viene fatto avvicinandosi a Gerusalemme: non dimenticando mai il luogo verso cui è orientato. E’ la meta, infatti, a motivare un viaggio. A tracciarne le caratteristiche. A dare coraggio nei momenti di difficoltà. Ad inserire ogni tassello della realtà quotidiana all’interno di un disegno compiuto.

giovedì 27 maggio 2010

UN ABBRACCIO CI LIBERA DALL'OSCURITA'

Guardando il passato ci rendiamo conto sempre di più che solo uno
come Lui poteva renderci così mansueti e innocui. Iniziamo a capire

veramente chi eravamo e chi siamo oggi.

Se guardiamo il passato, ci facciamo paura pensando a tutto il male

che abbiamo commesso.

Oggi è bello vivere nella luce, senza che nessuno pronunci il nostro

nome solo per dire il nostro male, ma quanto bello è sentire quel

bisbiglio del cambiamento fatto grazie al Signore attraverso degli
amici veri. Non avremmo mai scommesso nulla su di noi, era
impossibile che noi potessimo essere così oggi.

Quando Margherita Coletta ci è venuta a trovare in carcere prima

di Natale, ci ha detto: «Esiste una cosa che Gesù ci ha lasciato,

un sacramento, che per me è importantissimo, ed è quello della

confessione.

In quel momento, nell'istante stesso che uno si avvicina a questo

sacramento è libero, ma libero veramente, ci dovete credere.

Qualsiasi peccato che o gnuno di noi abbia potuto commettere da

quell'istante non c'è più, è cancellato, non esiste più.

Non bisogna nemmeno ripensarci, perché sarebbe del diavolo: in

quell'istante tutto è cancellato.

Dio è buono, è un padre misericordioso che accoglie tutti».
È proprio vero.

Oggi vediamo il nostro cuore pieno di Gesù e lo preghiamo

costantemente che non ci faccia ricadere nell’oscurità dove per

un lungo periodo abbiamo vissuto.

Non è semplice trovare le parole giuste perché la commozione è

tanta, solo oggi capiamo e cerchiamo di dare un senso a quei gesti

terribili.

Quante volte abbiamo chiesto al Signore di prendersi la nostra vita

e di ridarla a chi l’abbiamo tolta.

giovedì 13 maggio 2010

LA PREGHIERA ........COME IMPARARE

Così a pregare s’impara pregando. Il Maestro è Cristo, il suo Spirito:devi avere fiducia: specialmente in alcuni momenti della giornata entra nel profondo del tuo cuore che contiene Colui che l’universo non può contenere: Lì troverai Lui e con Lui anche te: ti parlerà di se ma anche di te: Se vuoi conoscere te stesso, dove cercarti ? la tua vita, ciò che sei, è solo nel cuore di Dio. Lui è lì ti attende per insegnarti a stare con Lui. Per illuminare il tuo cammino, prega. Per avere la forza di portare la vita, prega. Per vedere negli uomini il volto di Dio, il riflesso di Cristo, prega. Per perdonare chi ti ha fatto del male , prega. Per essere una presenza di carità e di speranza, un testimone coraggioso del Vangelo e della Chiesa, prega.

2° San Paolo ci ricorda che la preghiera a volte è una lotta. .


Ecco per te alcuni piccoli segreti.

PREGA COME UN POVERO. Siamo tutti peccatori! Tocchiamo ogni giorno la nostra fragilità che si manifesta nella volubilità, nella distrazione…Ricorda la parabola del pubblicano in fondo al tempio: nell’umiltà a raggiunto il cuore di Dio.

PREGA CON FIDUCIA. E’ Gesù che dice: cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto ( luca 11’9 ) il Signore risponde sempre alla tua preghiera, anche se non sempre come vorresti. Chiedi innanzitutto gli occhi della fede, il suo Spirito (Luca 11,!3 ),

PREGA CON PERSEVERANZA. Cioè non a fasi alterne quando ne hai voglia. Gesù non ha bisogno della tua preghiera ma tu si:e la tua perseveranza e la regolarità esprimono e alimentano la tua fede e il tuo desiderio di Lui.

mercoledì 12 maggio 2010

Per il prete una paternità spirituale

Perché i preti non possono sposarsi? Perché non possono fare sesso? Capiranno qualcosa di cosa vuol dire essere padri di famiglia? Tante volte mi sento fare queste domande e tante volte me lo sono chiesto anche io. Le motivazioni che sento portare a favore, oppure contro, sono motivazioni a volte profonde, a volte superficiali, mai banali però.
C'è una paternità fisica: per mettere al mondo un bambino basta poco. Ma c'è anche e soprattutto una paternità nello spirito, che è la vera paternità e maternità, quella quotidiana, quella che genera ogni giorno i figli dopo averli messi al mondo, quella che esprime costantemente amore. E' la paternità che genera Dio nel cuore, che rende strumenti nelle sue mani.
A volte mi dicono che un prete capirebbe meglio le persone sposate, solo chi vive certe situazioni riesce a capirle fino in fondo. E qui mi verrebbe da rispondere: allora un prete dovrebbe drogarsi per capire i tossicodipendenti, prostituirsi per capire le ragazze di strada, sposarsi e separarsi per condividere l'esperienza dolorosa dei separati, fare tutto e il contrario di tutto per capire tutto senza - io credo - capire comunque nulla e perdersi.
Altre volte sento parlare della solitudine affettiva del sacerdote; il sacerdote sceglie di vivere solo, ma non di essere solo affettivamente. Nei miei anni di prete ho incontrato persone sposate ed apparentemente felici, ma sole affettivamente da anni, che vivono sotto lo stesso tetto con il marito o la moglie, ma con il cuore altrove. Soprattutto i ragazzi chiedono: "Ma come fai a non fare sesso?". E anche qui, a cercare di fare capire (e questo sinceramente è meno difficile di quanto sembri) che si può fare sesso senza amore, ma si può anche amare senza fare sesso. E questo è uno dei segni più profetici del nostro tempo: il celibato vissuto con gioia ed entusiasmo.
"Il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova e va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo". Io ho trovato questo campo e ho trovato questo tesoro. E per questo ho dato e continuo a dare tutto. E' questa paternità il mio tesoro: è la paternità spirituale, è il mio essere padre nello spirito. E se fino a qui ho parlato in termini più "negativi"; ecco invece la parte "positiva", quel "di più" che ci fa vivere un'esperienza più da vicino al Cristo, quell'esperienza che ci riempie il cuore e che non fa esserci spazio per altro. Cosa vuol dire essere "padri nello spirito"?
Essere padri nello spirito lo identifico tutto nell'espressione detta da Gesù: essere pescatori di uomini. Ho compreso questa espressione quando ho capito che le acque nella scrittura simboleggiano il caos, il disordine, la mancanza di senso. Rappresentano tutto quello in cui gli uomini non possono vivere, la vita senza un ordine preciso, magari piena di felicità effimera ma vuota di significato. Pescare gli uomini significa, quindi, accorgersi di chi vive nel disordine e tirarlo fuori.
E paradossalmente l'esperienza della paternità diventa ancora più profonda, quando non puoi fare nulla di concreto per la persona che hai davanti. Quando quello che doni, o meglio, quello che il buon Dio dona attraverso di te non è qualcosa di materiale, ma diventa fiducia nella vita, fiducia in Dio.
Quando qualcuno, per esempio, mi chiede di aiutarlo a pagare una bolletta, una volta che tiro fuori i soldi il problema è risolto; quando un povero mi chiede un pezzo di pane, una volta dato è sfamato.
Ma quando qualcuno chiede aiuto, cerca una corda da tirare per uscire, per non annegare, per aggrapparsi ad una speranza, lì la potenza di Dio passa attraverso la mia impotenza e diventa splendido ammirare la sua Misericordia e non il mio aiuto che posso dare.
Ricordo un povero che una mattina mi ha detto: "Non chiedo soldi, ti chiedo di ascoltarmi". E poi per tre quarti d'ora a raccontarmi tutta la sua vita. Ricordo Angela, una ragazza di Padova, prostituta, tossicodipendente e ammalata di AIDS, ora già in cielo, farmi questa domanda: "Secondo te, posso farla la Comunione? Dio vuole venire nel mio cuore?". Come un uomo di oltre sessant'anni, uscire dalla confessione e dirmi: "Grazie perché ci siete voi sacerdoti, fate rinascere la vita dentro".
Ricordo un carcerato in cella, e io con lui ad ascoltarlo e dialogare per oltre un'ora, senza poter fare nulla di concreto per lui. Ma dall'ascolto e dalla condivisione, vedere il suo volto uscire da un'espressione rattrappita e vedere rinascere la speranza e la voglia di lottare per uscire, per la moglie, per il figlioletto che lo sta aspettando.
Quando l'aiuto non è concreto, ma spirituale, quando l'aiuto diventa salvezza di Dio che ancora si china sull'umanità ferita, quando noi siamo semplicemente strumenti nelle sue mani è allora che ammiro la bellezza del suo Amore, ed è allora che mi chiedo perché ha scelto proprio me. Ma è allora che mi rendo conto di quale tesoro immenso Lui in realtà ha messo nelle mie mani.
Un tesoro che mi fa apprezzare ancora di più le bellezze di questo mondo, la bellezza di avere una moglie e una casa, la fatica di crescere dei figli, il dolore di lottare contro le difficoltà e gli imprevisti.
Ma un tesoro che mi affascina, mi fa sentire innamorato, un tesoro che mi fa lasciare tutto, proprio tutto, e che mi fa voler essere pronto a qualsiasi cosa, anche a morire. Per la mia famiglia che è il mondo intero; per la mia famiglia che è il singolo uomo che incontro ogni giorno. Per la Persona per la quale vivo, per la Persona che voglio amare con tutto me stesso, quella Persona che ora vedo solo negli altri ma che presto vorrei incontrare ed abbracciare: il Cristo.

don Valentino Porcile

articolo proposto da Mariagloria Ciuti

domenica 25 aprile 2010

PRESI LA Ru 486 ........

seconda parte............

A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile. Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare ed a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico!».
«Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che con la seconda pillola, una prostaglandina, sarebbe avvenuto una sorta di mini-travaglio, con qualche contrazione uterina, ripetute e ravvicinate, lievemente dolorose, ma essenziali per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue... sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse».
«Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima, per la mia partecipazione attiva ad un evento che mai avrei voluto vivere ed osservare da così vicino».
«Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è medicalmente voluto eliminare... non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte».
«Ho avuto un peso nel petto per lungo tempo... non è stata una liberazione per me, ma ho avuto un senso di colpa per diversi mesi, e ancora oggi, quando ci ripenso, e spesso ci ripenso, mi torna la nausea per quell’esperienza terribile, irreparabile e definitiva».
«Ogni volta che oggi leggo o sento parlare di aborto, rivivo quei miei pochi ma orribili giorni con il ricordo di una scelta dalla quale non si può più tornare indietro... e molte volte la vita poi ti porta a situazioni in cui avresti voluto che le cose fossero andate diversamente».
Anna è seduta di fronte a me e sorride amaramente. Ha una parrucca bionda in testa, a coprire una calvizie da chemioterapia.
Anna sta combattendo contro un tumore maligno del sangue che si è presentato all’inizio dell’anno. Anna sta lottando per la vita.

La sua stavolta.